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Discorso del Presidente per la Festa della Liberazione (Thursday, April 24, 2014)

Presidente

Il 25 aprile è la Festa della liberazione, ossia l’anniversario della fine del fascismo e dell’occupazione da parte della Germania nazista in Italia. È un giorno fondamentale per la storia del nostro Paese, al punto che la storiografia più recente si è spinta a definire la Resistenza come la fine del Risorgimento, intendendo includere in una sola fase storica il lungo e tormentato periodo durante il quale la penisola italiana ha conseguito la propria unità nazionale, si è riunita in un solo Stato e, attraverso due guerre mondiali e quel meraviglioso moto di orgoglio popolare che è stato la Resistenza, ha completato il suo faticoso cammino verso la democrazia con la stesura della propria Costituzione.

Sebbene non vi sia consenso unanime tra gli storici, questa definizione temporale rende omaggio alle forze politiche che diedero vita alla Costituzione della Repubblica Italiana, che avevano già individuato nella Resistenza all’occupazione nazi-fascista un “secondo” Risorgimento. Questa riflessione ha importanza solo per un aspetto, e cioè che ci esorta a rispettare il punto di vista di chi c’era, di chi ha vissuto quei giorni densi di speranza e di coraggio e che ha scritto le regole fondamentali della nostra democrazia, ancora in vigore, certamente secondo gli ideali di libertà per cui si sono battuti i movimenti partigiani e le popolazioni di tutti i territori d’Italia, ma anche sulla scorta di un maturo senso di unità che prima, probabilmente, era rimasto solo sulla carta.

Ma quale Italia celebra questa ricorrenza, nel 2014? Perché la sensazione è che non tutti gli italiani si sentano figli di quegli anni, di quegli eventi, di quegli uomini che pure dovrebbero essere considerati i padri della nostra democrazia e della nostra prima e unica Repubblica. Veniamo da un tremendo periodo di crisi, nel quale purtroppo siamo ancora immersi, e questo ha messo a dura prova una democrazia ancora fragile come quella italiana, intaccando in profondità e sfibrando pesantemente il tessuto sociale, economico e culturale del nostro Paese.

Ma questo basta per spiegare l’Italia di oggi e la sua incapacità di riconoscersi ancora in radici storiche e culturali comuni? E se davvero è così, può considerarsi l’Italia veramente libera? È libero un Paese in cui il senso di fiducia nei confronti dei governanti è al minimo storico? È libero un Paese in cui le istituzioni e chi le rappresenta hanno totalmente perso di credibilità? È libero un Paese che invece di difendere le proprie istituzioni locali – presidio di autonomia e di democrazia, figlie di quel 25 aprile 1945 e di tutti gli entusiasmanti eventi che ne sono conseguiti – le baratta in nome di non meglio precisate logiche di risparmio, lasciando che gli sprechi veri continuino ad alimentare un potere ingordo, accentratore e convinto di non dover rendere conto a nessuno, come avviene al contrario per gli enti di rappresentanza democratica eletti dalle proprie comunità? È libero un Paese in cui mille parlamentari non vengono eletti democraticamente, ma selezionati e assoldati da partiti sempre più simili a pure e semplici lobby di potere?

È libero un Paese in cui il populismo e l’ipocrisia del sistema mediatico e culturale hanno segnato un solco profondo tra la società reale e la sua artefatta e grottesca rappresentazione? È libero un Paese in cui gli innumerevoli conflitti di interessi che si consumano ogni giorno hanno reso più debole l’informazione – e quindi la democrazia, che è alimentata anche da un’informazione libera e plurale – lasciandola in mano al potere, rendendola insopportabilmente faziosa, falsa, vittima di una crisi di identità a causa della quale è lontana dalla coscienza collettiva ed è costretta, per sopravvivere, a esigere sfacciatamente i finanziamenti pubblici? È libero un Paese in cui lo scontro politico si è trasformato in uno scontro tra istituzioni, e poi in uno scontro tra poteri, con l’effetto di un corto circuito che ha reso meno forti, meno indipendenti e meno credibili sia il potere esecutivo e legislativo che il potere giudiziario?

Rispondendo a queste domande, forse ci si rende conto che Liberazione non è solo il titolo di una ricorrenza da segnare in rosso sul calendario, ma è una speranza proiettata verso un futuro che auspichiamo più vicino possibile. È la speranza di una nuova Liberazione, politica, morale e culturale. È la speranza che sappiamo restituire al sacrificio e alla lungimiranza di chi fu protagonista di quella battaglia per la libertà il suo vero significato, quello per cui questa data non è una semplice ricorrenza, ma una doverosa e necessaria pausa di riflessione. È la speranza che sappiamo restituire al concetto ampio e molteplice di libertà un valore assoluto, inequivocabile, universale. Quello per cui la Liberazione ha avuto luogo allora e per cui ha senso ancora oggi.

Quella della Liberazione non è la festa dei vincitori sui vinti. No, quella della Liberazione è un’altra storia. Quella della Liberazione è la storia di un conflitto sociale e civile che spezzò il Paese in due e che per questo, per troppo tempo, ha rievocato sentimenti contrastanti e letture ipocrite, demagogiche, di parte. Ma la storia della Liberazione è la storia di tutti. È la storia della fondazione della nostra Repubblica, nata dal bisogno di chiudere una pagina drammatica, lacerante, della storia nazionale per dare concretezza al desiderio di democrazia. Ecco perché, ancora oggi, è il caso di ricordarcene. È l’augurio che rivolgo innanzitutto al nostro territorio e alla nostra comunità, che vive questa attesa di rinascita nel profondo disagio prodotto da una crisi economica spaventosa, alla quale stiamo cercando di reagire con determinazione e ostinazione.

Alessandra Giudici, presidente della Provincia di Sassar

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